Yulin: quando le buone intenzioni non bastano

yulinSette giorni fa a Milano abbiamo presenziato ad una manifestazione di protesta contro il festival di Yulin, la città cinese dove ogni anno per dieci giorni vengono uccisi e mangiati migliaia di cani. Alla notizia di questa manifestazione la nostra reazione è stata duplice.

Da una parte ci sentiamo solidali verso quei cani – non auguriamo a nessun* di essere catturat* e macellat*! -. Dall’altra abbiamo temuto per i contenuti che avrebbero potuto emergere dalla protesta, visto che si scendeva in piazza contro uno sterminio compiuto da parte di individui riconducibili ad un popolo, quello cinese, che in Italia è spesso oggetto di odio razziale. Come possiamo pretendere di impartire loro lezioni di civiltà, quando quotidianamente accade lo stesso negli allevamenti e nei mattatoi nostrani, solo ad altri tipi di animali (come mucche, galline, maiali)?

yulinCi è sembrato sconveniente che il movimento animalista cercasse di guadagnare consensi sulla pelle di un animale che è adorato in occidente – essendo spesso posseduto per compagnia e ridotto a pet – con il rischio di alimentare derive razziste e xenofobe.
Non è raro sentir invocata la distruzione della città di Yulin come strenuo atto di difesa dei cani, come se tutti i suoi abitanti fossero uniti in quei cruenti festeggiamenti. Auspicheremmo che l’Italia fosse rasa al suolo, perché nel ventennio fascista ha appoggiato le politiche naziste perpetrate nei campi di concentramento e di sterminio?

Durante la manifestazione abbiamo distribuito un volantino (questo qui sotto) per sottolineare due aspetti: volevamo che si desse più peso al lavoro degli attivisti e delle attiviste cinesi che si impegnano per cambiare la cultura locale, dal momento che probabilmente solo loro sanno di cosa stiamo parlando. Inoltre avremmo voluto che si sottolineasse come anche qui, sebbene in maniera meno visibile, i cani sono vittima di discriminazione e sfruttamento.

In tutti i paesi europei e americani infatti sono comprati e venduti come merce, selezionati geneticamente per farne oggetti (o meglio soggetti) da sfoggiare oppure armi da attacco e da difesa, finiscono imprigionati a vita dentro ai canili o seviziati nei laboratori, sono soppressi quando in sovrannumero o quando giudicati problematici.

Alcuni gruppi animalisti hanno effettivamente preso la parola per evidenziare come quel che accade ai cani in certi paesi lontani, da noi si verifichi allo stesso modo per altri animali, ma ancora una volta purtroppo la questione è stata posta in termini moralisti: si sono accusati i passanti di essere indifferenti nei confronti degli animali cosiddetti “da reddito” mangiando carne, come si accuserebbe qualcuno di aver tradito la moglie o di non fare abbastanza carità ai poveri.

Anche in questa occasione vogliamo ripetere invece come la questione animale sia di natura politica: gli “animali” sono nostri schiavi e vengono oppressi, sfruttati e uccisi come accade alle sotto-categorie umane sacrificate in base all’interesse dei più forti.

Non abbiamo certo apprezzato che alla fine della sfilata si sia applaudito all’On. Brambilla, esponente di un partito conservatore che difende gli interessi dei più potenti e dei più ricchi, sostiene le lobby dei cacciatori e degli allevatori, respinge i migranti in cerca di aiuto, propugna un modello sociale incompatibile con la liberazione e la piena realizzazione di tutt* (umani e non). Le buone intenzioni non bastano: finché non diverremo critici delle logiche di assoggettamento e di dominio, gli stessi moti di solidarietà saranno strumentalizzati da chi si sa approfittare delle debolezze e dell’incompiutezza del nostro movimento.

I cani di tutto il mondo ci interpellano continuamente e si battono (fuggendo, abbaiando, mordendo, ribellandosi) perché scompaia la pressione che il sistema gerarchico e antropocentrico esercita su di loro, impedendo il ricostituirsi delle loro società libere e solidali.

Oltre la specie

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