Un'eterna Treblinka

Un’eterna Treblinka

Un'eterna TreblinkaUn’eterna Treblinka
Charles Patterson
Editori Riuniti
Pagine: 321
16,00 euro

Un’eterna Treblinka analizza, sulla base di un’ampia documentazione, la radice comune dello sfruttamento umano e animale, attraverso lo studio delle incredibili ma innegabili somiglianze tra il modo in cui i nazisti trattavano le loro vittime e il modo in cui, nella società attuale, noi trattiamo gli animali. Il titolo del libro prende spunto dallo spirito degli scritti yiddish di Isaac Bashevis Singer, e specificamente da un passo del suo racconto “L’uomo che scriveva lettere”, in cui dice: “Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”.
L’autore descrive i meccanismi che hanno fatto sí che l’uomo si arrogasse il ruolo di specie dominante del pianeta e, successivamente, mostra come lo sfruttamento e l’uccisione, sia degli animali che degli uomini, si siano trasformati in un processo razionale e industrializzato nel corso del XX secolo, con la creazione dei macelli e delle camere a gas.
La nota primatologa Jane Goodall, a proposito di Un’eterna Treblinka, ha detto: “Un libro che svolgerà un ruolo insostituibile nel definire gli infiniti torti perpetrati dalla nostra specie sugli altri animali nel corso della storia. Vi invito vivamente a leggerlo e a riflettere profondamente sulle inevitabili implicazioni del suo messaggio”.

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Introduzione all’edizione italiana – di Massimo Filippi

Quello che c’è di fuori, lo sappiamo soltanto dal viso animale.
Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, VIII- 5,6.
Anche se la vicenda della mucca pazza ci ha drammaticamente insegnato che non esistono ferree barriere di specie, la nostra visione del mondo è ancora basata su una netta divisione tra l’uomo e gli animali non umani. Questa visione del mondo acritica ed immorale sopravvive nonostante i più recenti sviluppi in diversi campi scientifici premano esattamente nella direzione opposta. La rilettura dell’evoluzionismo darwiniano come processo storico casuale, l’etologia moderna che parla apertamente di menti animali, la nascita dell’ecologia scientifica con il riconoscimento dell’interdipendenza di tutti gli esseri viventi e del pianeta su cui viviamo, le scoperte di paleoantropologia che mostrano l’esistenza di più linee evolutive di tipo ominide, gli studi sulle capacità linguistiche dei primati non umani, gli studi di biologia molecolare che mostrano che la distanza genetica tra noi e gli scimpanzé (1,6%) è inferiore a quella tra scimpanzé e gorilla e oranghi (3,6%), sono alcuni tra gli esempi del legame stretto e indissolubile tra animali umani e non umani.
Un’eterna Treblinka di Charles Patterson porta alla nostra attenzione la banalità del male a cui inevitabilmente conduce il dogma metafisico della separazione artificiale tra animali umani e non umani, dogma che rende giustificabile non solo l’attuale misera condizione animale, ma anche l’altrettanto misera condizione umana. Tramite un paragone serrato e documentatissimo tra l’odierno trattamento degli animali e la tragedia dell’Olocausto, al termine della lettura di questo libro non solo si constata amaramente che la presunta linea divisoria tra «noi» e «loro» è altrettanto labile e ignobile delle decine di linee divisorie che sono state erette dalla nostra specie nel corso della sua storia (uomo/donna, bianchi/neri, liberi/schiavi, greci/barbari, cristiani-islamici-ebrei/pagani, europei-nordamericani/migranti, ecc.), ma anche che la divisione uomo/animali è indispensabile al mantenimento dell’attuale ordine imposto dal dominio assoluto della ragione strumentale, che divide l’esistente in merce (tutto l’esistente, compresi gli animali e la gran parte dell’umanità) e consumatori (gli individui umani che provvisoriamente sono titolari di un potere economico). La sottigliezza raffinata e letale di questa nuova barriera è quella di prevedere, a differenza di quanto è sempre accaduto nelle attualizzazioni storiche del binomio «noi/loro», la possibilità per alcuni componenti della nostra specie (per i non umani non esiste altra possibilità che essere merce) di poter passare dall’uno all’altro dei due termini in gioco. Anche se tale interscambiabilità di ruoli è spacciata da alcuni come una conquista neoliberale, in realtà è la base della profonda insicurezza esistenziale del cittadino globale e, soprattutto, dell’inesorabile controllo su tutto l’esistente di un termine terzo e neutro, il profitto fine a se stesso. Tra i molteplici esempi che si potrebbero portare a sostegno di queste considerazioni è l’assurda situazione determinata dalla «cultura della bistecca», che antepone la logica del profitto non solo alle condizioni infernali imposte agli animali dalla moderna zootecnia, ma anche alla certezza scientifica che la dieta carnea è incompatibile con la sopravvivenza del pianeta (per il consumo delle risorse idriche, per la desertificazione di aree sempre più vaste adibite a terreno di pascolo o destinate alla coltivazione di cereali per gli animali da macellare, per il contributo notevole all’«effetto serra», per l’inquinamento dei reflui dell’allevamento stesso) e con la vita di milioni di umani non privilegiati (che muoiono per fame a causa della dissipazione di quantità enormi di proteine alimentari che la produzione di carne necessariamente comporta) e privilegiati (che muoiono per malattie vascolari, tumorali e da prioni associate allo smodato consumo carneo e all’abnorme trattamento chimico-farmacologico degli animali da reddito e del cibo che vengono costretti a consumare).
La principale lezione di Un’eterna Treblinka è dimostrarci che l’Olocausto non è stato un evento unico e, quindi, irripetibile. Come dice Adorno e come ci ricorda Patterson, «Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali».
L’attuale condizione animale ci richiama, pertanto, a una forte presa di coscienza non solo per la sua stessa infamia e brutalità, ma anche perché «palestra» formativa di una nuova Treblinka universale. E tutto questo è tutt’altro che un problema secondario a fronte del progressivo incedere della biotecnologia.
Come riporta Jeremy Rifkin ne Il secolo biotech, Lee Silver, biologo molecolare a Princeton, prevede che tra non molto l’umanità si dividerà in due distinte classi biologiche, la Gen Rich e la Natural. La classe Gen Rich rappresenterà circa il 10% della popolazione, quella che avrà i mezzi economici per arricchire il Dna della propria prole con geni «sintetici» che ne miglioreranno a dismisura le doti intellettuali, fisiche e di comando. Lee Silver prevede checon il trascorrere del tempo, la distanza genetica tra la classe Natural e la classe Gen Rich potrebbe diventare sempre più grande e non sarebbe più possibile per un individuo salire dalla classe Natural alla Gen Rich […]
Tutti gli aspetti dell’economia, dei media, dell’industria del divertimento e dell’industria della conoscenza verranno controllati dai membri della classe Gen Rich […] Invece, i Natural lavoreranno come fornitori di un servizio sottopagato o come operai […] I bambini Gen Rich e Natural crescono e vivono in mondi sociali separati, con poche opportunità di contatto […] [alla fine] la classe Gen Rich e la classe Natural diventeranno gli uomini Gen Rich e gli uomini Natural, specie totalmente separate con nessuna opportunità di incrocio e con una specie di «curiosità» gli uni per gli altri, come adesso accade per gli uomini e gli scimpanzé.
Sarà inutile ricordare che la nostra attuale «curiosità» per gli scimpanzé si ferma al farli impazzire negli zoo, al ridicolizzarli nei circhi e al torturarli nei laboratori biomedici?
All’era del dominio incontrastato della tecnica, che considera gli esseri viventi e la Terra come pezzi di ricambio eternamente manipolabili (e che per funzionare necessita che l’80% delle risorse planetarie sia a completa disposizione del 20% dei suoi abitanti umani), si contrappone una visione del mondo che prevede come primo e irrinunciabile passo verso una nuova etica sistemica, l’abbattimento della netta linea di separazione tra animali umani e non umani e la conseguente sostituzione della visione «antropocentrica» del mondo con una visione «biocentrica». L’uomo non è più l’apice dell’evoluzione e non può più disporre a suo piacimento e senza regole di tutto il pianeta e dei suoi abitanti. L’umanità è solamente una delle componenti della biosfera (e, certamente, non una delle più importanti), alla quale è richiesto un comportamento responsabile ed uno stile di vita sostenibile. Al riconoscimento della non strumentalità del mondo deve seguire la critica del modello contrapposto e di quel filo rosso (di sangue) che collega sfruttamento animale a sfruttamento umano.
Questo è l’animalismo che ci propone Charles Patterson, un animalismo che, scoprendo le proprie basi politiche, diventa ciò che è sempre stato: non una scelta privata più o meno convinta e coerente, ma la più radicale e profonda critica dell’esistente. Parafrasando Rilke, se non cambiamo prontamente e radicalmente rotta, dal volto disperato ed impotente dell’animale non-umano, pronto a diventare cibo, farmaco, abbigliamento o svago, possiamo sapere cosa ci aspetta là fuori nel prossimo futuro: un’eterna Treblinka.

“Un’eterna Treblinka” arriva in libreria – di Stefano Cagno

Da tempo i vegetariani accostano il trattamento riservato agli animali da allevamento a quello dei nazisti nei confronti degli ebrei durante l’Olocausto. Tale paragone però difficilmente è reso esplicito durante le conferenze e tanto meno negli scritti, poiché alcuni ebrei si sentono offesi da ciò.
Recentemente è stato pubblicato dagli Editori Riuniti un libro intitolato “Un’eterna Treblinka“, scritto da Charles Patterson: in esso il filo conduttore è proprio la tesi che Olocausto e allevamenti intensivi possiedano molti aspetti in comuni e che dal punto di vista delle dinamiche che hanno reso possibili questi due fenomeni vi sia una sostanziale sovrapposizione. In questo caso il libro è difficilmente attaccabile poiché l’autore è un ebreo e anche moltissime testimonianze che confermano e condividono la sua tesi sono di altri ebrei, alcuni dei quali hanno vissuto sulla propria pelle l’Olocausto nei tristemente famosi campi di sterminio.
Il titolo stesso del libro è tratto da un passo del Premio Nobel per la Letteratura Isaac Bashevis Singer in cui, parlando del modo di pensare degli esseri umani nei confronti degli animali, dice che “essi sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno“.
Così, Charles Patterson, profondamente influenzato proprio da Isaac Bashevis Singer, ha deciso di scrivere un libro coraggioso, duro e di rottura, convinto come Albert Camus che “è responsabilità dello scrittore parlare per quanti non possono parlare per loro stessi”.
Un’eterna Treblinka” è un libro riccamente documentato e per questo molto imbarazzante, poiché dimostra in maniera precisa e lucida che molte delle più grandi nefandezze commesse dagli esseri umani sono state compiute in maniera sistematica, premeditata, programmata e favorita dalla assoluta indifferenza della maggior parte della persone.
Ogni capitolo è una finestra aperta che accompagna il lettore nel tragico viaggio che partendo dai macelli arriva ai lager nazisti. E questo viaggio metaforico ha un suo punto di partenza nel filosofo Theodor Adorno, un ebreo tedesco costretto all’esilio dai nazisti, che così scrisse: “Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali”.
Un altro concetto che emerge in maniera chiara in “Un’eterna Treblinka” è l’importanza delle teorie eugenetiche per comprendere come sia stato possibile arrivare all’Olocausto. Eugenetico è qualsiasi tipo di intervento volto a migliorare le caratteristiche ereditarie degli esseri viventi.
L’assunto è che l’ambiente sociale influenzi molto poco il risultato finale, ma che quasi tutto sia determinato da rigidi modelli genetici. Quanti sposano le tesi eugenetiche classificano gli esseri umani in base all’intelligenza e alla cultura, creando così una disuguaglianza tra i “superiori” e gli “inferiori” in quanto ritenuti ritardati, criminali, depravati o comunque pericolosi. Tutti sappiamo che fu proprio Hitler a portare l’eugenetica alle sue più estreme conseguenze, arrivando a sterminare 6 milioni di ebrei proprio perché considerati razza “inferiore”. Pochissimi sanno che Hitler fu ispirato da Henry Ford e che proprio negli Stati Uniti d’America, negli anni venti, si compirono i primi interventi eugenetici mediante campagne di sterilizzazione obbligatoria. Contemporaneamente le maggiori fondazioni americane, tra le quali la stessa Rockfeller Foundation, sostennero i principali eugenetisti tedeschi, i quali pochi anni dopo divennero i maggiori teorici della selezione razziale.
Anche di quest’altra imbarazzante verità, Patterson offre ampie e inoppugnabili prove.
All’interno di un libro interessantissimo, in cui ogni pagina è ricca di documentazione e spunti di riflessione, ritengo che la parte dedicata alle testimonianze dei molti sopravvissuti ai campi di sterminio, successivamente diventati attivisti animalisti, è la più originale e la migliore per dimostrare come il paragone tra i lager nazisti e gli attuali allevamenti degli animali non sia affatto offensivo per chi queste esperienze le ha vissute sulla propria pelle.
Un’eterna Treblinka” non dovrebbe mancare nella libreria di nessun animalista e soprattutto di nessun vegetariano. Diffonderlo diventa obbligatorio per chiunque abbia a cuore la causa dei diritti degli animali. Inoltre sarebbe un segno importante anche nei confronti degli Editori Riuniti, la casa editrice che ha avuto il coraggio di credere nella pubblicazione del libro, nonché dell’Associazione Progetto Gaia che ne ha curato la traduzione.
Non sono ebreo, ma quando, alcuni anni fa, sono andato a visitare il campo di concentramento di Mauthausen in Austria sono uscito con l’assoluta convinzione che tutti dovrebbero andare una volta nella vita a vedere un lager, dove alcuni esseri umani sono riusciti a fare quanto sembra difficile solo pensare.
Gli allevamenti intensivi e soprattutto i mattatoi, al contrario, non possono essere la meta di una visita. Charles Patterson apre una finestra anche su questi luoghi e sulle spiegazioni storiche che hanno portato alla loro costituzione. Chiudere gli occhi a questo punto vorrebbe dire essere complici, come complici furono tutti quelli che chiusero gli occhi davanti all’Olocausto.

da: “La Stampa”

del 9 giugno 2003 sez. Cultura pg. 18

L’ORIGINALE SAGGIO DI UNO STUDIOSO AMERICANO DELLA SHOAH: MOLTI CAPI NAZISTI VENIVANO DALL’INDUSTRIA ALIMENTARE
Dalla macelleria all’Olocausto, il passo è breve

di Jacopo Iacoboni

MAGARI sarà un caso, e comunque: Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, possedeva un macello e un negozio di macelleria; Willi Mentz, uno dei più feroci guardiani a Treblinka, era stato mungitore di vacche; Kurt Franz, ultimo comandante di Treblinka, era stato macellaio come Karl Frenzel, fuochista prima a Hadamar poi a Sobibor; e Heinrich Himmler, il pianificatore della Shoah, fece le prove generali «eugenetiche» nel suo allevamento di polli. Diceva Theodor Wiesengrund Adorno: «Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali». Qualcuno l’ha preso molto sul serio.
Quel qualcuno è un professore di nome Charles Patterson, docente alla Columbia University di New York e alla International School for Holocaust Studies di Gerusalemme. La sua tesi è semplice quanto provocatoria, vista l’equazione che contiene, e paradossale, considerati gli esiti ai quali potrebbe condurre: il mattatoio americano primonovecentesco – pianificazione meccanizzata dell’uccisione di mucche, vitelli, maiali per l’industria alimentare è l’antecedente, storico teorico e forse anche simbolico, della Shoah. Quando si stabilisce che una specie (l’uomo) è «padrona» di un’altra (gli animali) si sono già poste le basi teoriche e pratiche per affermare, di lì a non molto, che una razza è superiore a un’altra. Patterson promette: questo libro «prende in esame come, nei tempi moderni, l’uccisione
industrializzata di animali e uomini si sia intrecciata e come l’eugenetica americana e i macelli automatizzati abbiano attraversato l’Atlantico e trovato terreno fertile nella Germania nazista». Ma insomma: la sensibilità animalista può spingersi fino a sostenere che il massacro degli animali (nei mattatoi) è il modello dello sterminio degli ebrei (nelle camere a gas)? È anche solo concepibile avvicinare l’uccisione di un uomo e quella di un animale? Chi risponde di sì lo fa per l’irresistibile malìa del politically incorrect e la devastante ambizione di revisionare tutto, compresa la
logica?
La risposta richiede la lettura di un libro compilato con ampio apparato di documenti, concepito con spirito evidentemente non antiebraico, elaborato, anzi, utilizzando spesso citazioni da Torah e Talmud. Già il titolo, Un’eterna Treblinka (sottotitolo: «Il massacro degli animali e l’Olocausto», Editori Riuniti, pp. 321, e 16 euro), riprende contenuto e spirito di un racconto di Isaac Singer, L’uomo che scriveva lettere. Lo scrittore ebreo annota: «Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati
unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno».
Ecco, è possibile provare l’assunto? Patterson sottolinea che tanti dirigenti nazisti si erano fatti le ossa nell’industria alimentare. Ricorda che l’americano più stimato da Hitler, Henry Ford, trovò l’idea della catena di montaggio proprio andando a visitare un mattatoio. Documenta come la precisione burocratica di certi stabilimenti del male tipo Treblinka era stata mutuata dall’efficiente catena escogitata nelle fabbriche per l’uccisione seriale dei vitelli. Quindi, annota che moltissimi dei
sopravvissuti alla Shoah, avendo sviluppato «una vista ai raggi X» per la sofferenza altrui, sono diventati fondatori di Ong ambientaliste oppure impegnati animalisti. E dedica un lungo excursus a una suggestione cruciale in Isaac Singer, quell’avversione per la macellazione che diventa fondamento per una nuova, più mite e meticcia convivenza umana. Basta questo per porre l’equazione «antianimalismo=antiebraismo»?
In Genesi c’è scritto: «Dio diede all’uomo il dominio su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (e ci sono ambientalisti convinti che queste «fatali parole» abbiano determinato il corso distruttivo della civiltà occidentale). Ma la Torah stabilisce che gli animali si riposino durante lo Shabbat, e Isaia profetizzava: «Chi macella un bue è simile a chi uccide un uomo».

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