Migranti e ribelli

frontiere

Idomeni, al confine fra Grecia e Macedonia, 2016 (o qualunque altro luogo in cui esseri desideranti provano a fuggire dalla guerra e dalla morte)

Da mesi migliaia di profugh*, circondat* da barriere di filo spinato, vivono nel fango, sotto simulacri di tende per proteggersi dalla pioggia incessante, in famiglie o singolarmente, qualcun*, in questa immane tragedia, è accompagnat* da una gatta, da un cane o da qualche altro animale, compagni di questo viaggio che è la vita. Scappano dalla fame, dalla guerra, dagli attentati che hanno reso macerie le loro case e hanno sottratto loro perfino la possibilità di esistere, scappano perché la vita è più forte di qualsiasi altra forza e li/le spinge a provare altrove, in quei Paesi che hanno così tanto contribuito a creare questo immane disastro. Nessun Paese li/le vuole, sono indesiderat*, perché la moltitudine potrebbe influenzare i nostri rapporti sociali, le modalità di produzione, la distribuzione della ricchezza. Allora vengono tenut* lì, in una “terra di nessuno”, con la segreta speranza che “scompaiano” per fame, per mancanza di assistenza, di stenti, di altro. E se provano ad evadere dal ghetto in cui sono stati violentemente confinati, cosa c’è di meglio dei gas lacrimogeni o dei proiettili di plastica, come monito per chi ancora volesse intraprendere questo esodo ribellistico, per ricordare a tutt* la violenta brutalità del dominio su chi non sta al proprio posto e cerca di sovvertire la fissità dei confini, per provare a ridisegnare un mondo altro?

Padova, Treviso, Bareggio, Treviglio, Genova, Messina, 2016 (o qualunque altro luogo dove altri esseri desideranti si ribellano, con l’ultima linfa vitale, per non venire uccis*)

Anche loro sono stat* ammassat* in campi, chiamati allevamenti, nella sporcizia più grande, continuamente ingozzat* per ingrassare il più velocemente possibile e poter essere rapidamente trasformat* in reddito, dove ogni aspetto della loro vita è violato in modo aberrante e sistematico. Le condizioni infernali e terribili di queste esistenze sono l’espressione estrema della violenza distruttiva e perversa del dominio: far nascere, per torturare ed infine uccidere nei mattatoi, “corpi che non contano”. Gli “animali altri” sono lì a testimoniare il potere immenso che abbiamo su di loro, tanto da poterne fare ciò che vogliamo perché le forze in gioco, al momento, sono macroscopicamente impari; sono lì a testimoniare l’arroganza necrofila dell’antropocentrismo. Necrofilia del dominio antropocentrico che si esplicita nell’annientamento dell’Altr*, del diverso, di chi oppone resistenza, di chi non accetta un ruolo ed una vita definiti da altr*, di chi è utile per il divertimento, per i laboratori, per gli allevamenti, insomma per la produzione di reddito.

Gli immigrati e gli altri animali: una storia comune di discriminazione, espulsione, esclusione e distruzione; una storia di diversità e di riscatto, una storia che testimonia come, quasi tutt*, possiamo scendere i gradini della scala degli esseri e finire all’inferno. Una storia che, ancora una volta, dimostra come non sia possibile una liberazione al singolare e che parla di liberazioni. Non può esistere una liberazione degli animali umani se si mantengono inalterate le basi del dominio antropocentrico.

Proviamo invece a pensare ad un mondo altro, dove non esistano barriere di nessun tipo. Per questo la nostra solidarietà va a tutt* quell* che, alla ricerca di una buona vita, si sono mess* in movimento.

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