il quinto stato

Al di là dell’umanismo: l’orizzonte inesplorato dell’inumano

il quinto statoSembra che il pensiero di Darwin non sia stato ancora accettato fino in fondo. La sua rivoluzione, al pari, e forse più, di quella copernicana e di quella freudiana, ha definitivamente spostato l’uomo dal centro dell’universo, ma proprio per la radicalità che tale dislocazione comporta, il darwinismo stenta a diventare parte del sentire comune. La rivoluzione darwiniana ha in effetti inferto un colpo mortale al narcisismo antropocentrico dell’uomo il quale, nel suo intimo e nell’ontologia dominante, si rappresenta ancora come esterno al regno animale, come un essere sublime e superiore che sta al centro del mondo, punto di arrivo di tutte le altre specie, teleologicamente e teologicamente determinato. Le pezze d’appoggio religiose a questo modo di pensare, soprattutto nella tradizione giudaico-cristiana, sono innumerevoli e non è il caso qui di ricordarle. Tuttavia qualcosa di questa tradizione si è trasferito nella visione laica del mondo poiché nella “manipolabilità” della natura si manifesta l’idea stessa di una separazione dell’uomo da essa. Cosicché, anche se sappiamo che le specie sono in continua evoluzione, in variazione perpetua secondo linee non determinabili a priori, anche se siamo letteralmente «creati dagli animali», avendo oltre metà dei geni in comune con vermi e drosofile, anche se siamo il prodotto di un bricolage casuale che non ha né una fine né un fine, anche se tutto questo è ormai acquisito dalla biologia, noi forse non ci consideriamo nemmeno “specie”, ma “altra cosa”, un’entità separata dalla natura e superiore ad essa. E possiamo chiederci se non sia proprio questo autodistanziamento dal resto del vivente la causa dei gravi problemi che l’umanità si trova oggi ad affrontare.

Questo convegno si pone l’obiettivo di richiamare l’attenzione del pubblico e degli esponenti di associazioni e istituzioni sulla visione del mondo che prende il nome di antispecismo, affinché essa trovi nuovi sostenitori per aprirsi infine all’intera società. Per definizione, l’antispecismo viene posto in relazione antitetica con l’idea di “specismo”. Ma da quanto appena detto sembrerebbe che tale termine non abbia alcun significato per coloro che adottano come ideologia e come prassi la signoria dell’uomo sul mondo. Lo specismo può essere riconosciuto solo da “fuori”, ossia da soggetti che già intravvedono l’irruzione di una concezione innovatrice che rompe con una tradizione plurimillenaria. Gli specisti raramente diranno «Io sono specista», ma sono riconoscibili perché in ogni atto della loro esistenza mettono in pratica la discriminazione e la dominazione verso altre specie di individui senzienti e tentano in vari modi di motivare tali comportamenti quando qualcuno ne chiede loro conto.

Di fatto, l’antispecismo si trova di fronte a due fenomeni che, come cercheremo di argomentare, non solo sono molto diversi, ma hanno anche una natura eterogenea: 1. Lo sfruttamento materiale degli altri animali; 2. La giustificazione variamente organizzata sul piano discorsivo e filosofico di tale sfruttamento.

Verosimilmente lo sfruttamento materiale istituzionalizzato degli altri animali inizia intorno al X millennio a.C., epoca in cui ebbe inizio quel complesso di trasformazioni economiche e sociali che l’archeologo Gordon Childe definì «rivoluzione neolitica». Termini come “capitalismo” (da “caput”) o “pecunia” (da “pecus”) suggeriscono che, prima ancora dell’accumulazione primitiva basata sullo sfruttamento del lavoro umano, vi possa essere stata un’altra accumulazione basata sullo sfruttamento degli animali da soma e da allevamento, resi tali da un lungo processo di domesticazione. Letteralmente gli altri animali sono stati la prima forma di beni mobili. E lo sfruttamento animale una brutale ed infinita violenza che ha attraversato i millenni.

L’apparato concettuale a sostegno di tale sfruttamento (il secondo punto) ha invece una natura essenzialmente ideologica e si sviluppa come sistema argomentativo per contrastare le istanze morali a favore degli altri animali che, nel corso della storia, sono periodicamente emerse. Tra gli apologeti dello sfruttamento animale, vanno certamente annoverati gli appartenenti alle religioni monoteiste e uno dei punti più “elevati” di questa tradizione è rappresentato da Tommaso d’Aquino. Secondo il Padre della Chiesa, gli animali si possono sfruttare e uccidere non essendo depositari dell’anima. Ecco come Tommaso, supportando Agostino, risolve tranquillamente il problema:

Secondo l’ordine stabilito da Dio la vita degli animali e delle piante non viene conservata per se stessa ma per l’uomo. Ecco perché S. Agostino scriveva: «Secondo l’ordine sapientissimo del Creatore, la loro vita e la loro morte sono subordinate al nostro vantaggio»

In campo laico ci si è mossi – e tutt’oggi ci si muove – in direzioni diverse, ma comunque secondo uno schema analogo. Non si tratterà più dell’anima, ma di altre caratteristiche umane che si pensa che gli animali non posseggano. Lo schema adottato dallo specista è sempre lo stesso: –– Tra tutte le infinite caratteristiche che possediamo ne selezioniamo una (o più) che dichiariamo propriamente umana (intelligenza, linguaggio, razionalità, ecc.); –– Togliamo significato alle altre differenze e somiglianze esistenti tra noi e gli altri animali e confrontiamo i due “gruppi” unicamente sulla base della caratteristica selezionata; –– Costruiamo una scala degli esseri sulla base di tale caratteristica stabilendo una distinzione binaria e gerarchica; –– Utilizziamo tale distinzione per giustificare il trattamento disuguale accordato ai due gruppi così costituiti.

Di certo allo specista non basta sapere che siamo «creati dagli animali» per minare alla base questo meccanismo che trasforma le differenze in gerarchia e che legittima il dominio e lo sfruttamento. Nel corso del tempo, infatti, sono state proposte innumerevoli caratteristiche volte a tracciare una barriera insormontabile tra gli umani e gli altri animali: la posizione eretta, la parola, la capacità di distinguere il bene dal male, il riso, la consapevolezza della propria finitudine, la tendenza a vivere politicamente, le abilità tecniche, la cultura intesa come conservazione e trasmissione dell’esperienza, l’amore per la libertà, il senso del ritmo, ecc. Ciò che questo elenco, virtualmente infinito, ci dice è che l’umano è quell’animale che inventa sempre nuove caratteristiche per darsi un’identità unica e irripetibile al fine di distinguersi dagli altri animali. Con criteri simili si possono poi giustificare molte discriminazioni anche in ambito intraumano (all’interno dell’umano si distinguerà chi ha più caratteristiche proprie di questo, chi ne ha meno e chi non ne ha del tutto). E se alcune forme di discriminazione, pur operanti tutt’ora sotto traccia, come il sessismo e il razzismo, sono almeno formalmente superate, lo specismo, cioè la discriminazione sulla base dell’appartenenza di specie, continua a godere di ottima salute.

Ufficialmente l’antispecismo nasce in ambito anglosassone con le opere fondamentali di Peter Singer (Liberazione animale, 1975) e di Tom Regan (I diritti animali, 1983) dalle quali è scaturita, con progressiva accelerazione, una miriade di lavori di altri autori e studiosi che hanno analizzato le argomentazioni con le quali gli specisti pretendono di giustificare come moralmente rilevanti le differenze che garantiscono il dominio dell’uomo sugli altri animali. Seppure Singer e Regan abbiano optato per un approccio identitario, ossia non abbiano messo in dubbio lo schema riportato in precedenza, ma semplicemente cercato di mostrare che alcune caratteristiche ritenute squisitamente umane sono rintracciabili anche tra gli altri animali (in primis la capacità di provare piacere/dolore e l’essere individui coscienti), in seguito al loro lavoro tutte le considerazioni speciste sono entrate in grave crisi lasciando trasparire lo sfondo oscuro che le anima: l’atto di dominio esercitato esclusivamente in virtù della forza.

Se gli umani si sedessero intorno a un tavolo secondo il dettato di Leibniz, ossia con l’obiettivo di giungere alla Verità, una volta che fosse dimostrata la tesi che Regan mette alla base delle 500 pagine del suo trattato, e cioè che se gli umani sono enti degni di considerazione morale, allora – per le stesse ragioni– anche gli animali lo sono, lo sfruttamento animale sarebbe scomparso da molto tempo. Ma gli umani non si pongono quasi mai l’obiettivo della verità, bensì quello dell’interesse. Cosicché, anche se la teoria antispecista dei filosofi anglosassoni ha irrimediabilmente indebolito le argomentazioni speciste, la condizione degli animali non è migliorata e, anzi, progressivamente peggiora.

Tuttavia, non possiamo nasconderci che i primi antispecisti hanno commesso l’errore di pensare lo specismo come un pregiudizio morale emendabile attraverso l’argomentazione filosofica e, soprattutto, non hanno messo in dubbio il meccanismo identitario che caratterizza l’antropocentrismo. Detto altrimenti, una strategia più utile per migliorare l’attuale condizione animale non è tanto quella di trasformare gli animali in umani incompiuti o marginali, quanto piuttosto quella di lasciar vivere le differenze senza creare scale e gerarchie.

In questo senso, Singer e Regan hanno colonizzato il mondo animale più che liberarlo, sostenendo di fatto una sorta di cripto-antropocentrismo. Inoltre, essi hanno in parte (e forse proprio in ragione di quanto appena detto) trascurato l’aspetto effettivo, ossia il carattere materiale dello specismo, gli interessi sociali ed economici che ruotano intorno all’industria mondiale che trasforma esseri viventi in “cose” e “prodotti”.

Così, altri studiosi – tra cui in Italia quelli raccoltisi intorno alla rivista «Liberazioni» – elaborando spunti fondamentali della filosofia continentale – dalla scuola di Francoforte al post-strutturalismo francese (Derrida e Deleuze su tutti) – hanno posto l’accento non tanto sulle forme autogiustificative dello specismo, quanto sui limiti dell’approccio identitario e cripto-antropocentrico dell’antispecismo anglosassone e sulla materialità degli interessi che sorreggono lo sfruttamento degli animali. Si è compreso, insomma, da un lato che il vero nemico è l’antropocentrismo logocentrico e dall’altro che la fine dello sfruttamento degli altri animali necessariamente comporta anche il rifiuto di un sistema economico mondiale che, ovviamente, non può che essere accettato dalla rete degli interessi umani che proprio su tale sfruttamento vive e prospera.

Il risultato di questa rilettura dello specismo introduce perciò a un antispecismo che, a differenza di quello precedente fondato su riflessioni morali, è fortemente caratterizzato da modalità interpretative di natura prettamente politica e da un’ontologia non identitaria. La liberazione animale viene così rivisitata sulla base della critica all’intera civiltà fondata sulle distinzioni binarie (che a quella umano/animale sono tutte riconducibili) e sullo sfruttamento intra- ed interspecifico. In questa visione, l’abuso sugli altri animali si ricollega direttamente a quello esercitato su quegli umani ritenuti agli animali più vicini e sullo stesso ambiente, la casa di tutti gli esseri senzienti.

Le ragioni della riduzione degli animali e, più in generale, del vivente e della natura a risorse da sfruttare sono molteplici e s’intrecciano inestricabilmente alla formazione di strutture sociali gerarchiche che trasformano lo spazio di vita, l’ambiente, in un mondo parcellizzato, sottoposto alla logica della forza, dell’appropriazione e dello sfruttamento pianificato. Lo spazio della Terra e del vivente è diventato uno spazio misurato e considerato solo in riferimento a bisogni e fini umani, uno spazio riorganizzato globalmente in funzione dell’ideologia antropocentrica. Il nuovo approccio critico allo specismo apre pertanto ad una serie di riflessioni inedite:

1) Una prima tesi che emerge da quanto detto è il nesso inestricabile tra sfruttamento/dominio dell’uomo sull’uomo e sfruttamento/dominio dell’uomo sul vivente e dunque sugli altri animali, intesi come scarto rispetto all’umano.

Detto altrimenti, quello che qui si propone è una presa di distanza definitiva dal vecchio animalismo che considerava, e considera tutt’ora, la questione animale come in sé conchiusa e autoreferenziale. Il nuovo approccio mostra come il dominio interspecifico funzioni da presupposto storico e ontologico per il dominio intraspecifico. Lo specismo, infatti, si basa su una frattura tra umani e altri animali che nasce dal gesto di separazione tra il mondo umano e quello della natura, che è ciò che permette di trattare il “naturale” come altro da sé e inferiore rispetto al “culturale” e, in quanto tale, dominabile e sfruttabile a piacimento. Questa tesi riporta alla luce molte intuizioni espresse dall’antropologia, prima tra tutte quella di Claude Levi-Strauss:

È con un medesimo gesto che l’uomo ha incominciato a tracciare la frontiera dei suoi diritti prima tra sé e le altre specie viventi per poi trasferirla all’interno della stessa specie umana, separando certe categorie riconosciute come le sole veramente umane da altre, che subiscono perciò la stessa degradazione ricalcata sullo stesso modello servito per discriminare tra specie viventi umane e non umane.

Dunque, il paradigma dell’esclusione e dello sterminio animale ha molto da insegnarci sul dominio intraspecifico. La modalità con cui escludiamo gli animali di altre specie come altro da noi costituisce il paradigma con cui giustifichiamo la riduzione di altri umani al rango di sub-umani, ossia di animali. Ogni volta in cui l’altro uomo deve essere dominato e sfruttato, ha luogo una speciazione che lo rende simile alle bestie. Anche in questo caso, dall’antichità ai nostri giorni, l’elenco è sterminato. Ad esempio, abbiamo “civilizzato” con il colonialismo, ”sterminandoli come bestie“, gli africani che ci resistevano. L’esempio più noto, però, è forse quello degli ebrei assimilati a topi, e un altro esempio più recente è lo sterminio avvenuto in Ruanda, in cui i Tutsi divennero scarafaggi per gli Hutu. Senza andare troppo lontano, sappiamo che in questi nostri tempi civili, i migranti si sentono trattati “come bestie”, proprio perché considerati alla stregua di animali. Questo dovrebbe farci cogliere cosa significhi vivere da animali in un mondo umano dominato dall’ideologia antropocentrica. Le metafore uccidono ma, soprattutto, ci permettono di giustificare ideologicamente lo sterminio, la dominazione, lo sfruttamento di animali umani e non umani.

2) Una seconda tesi è che dobbiamo prendere risoluto congedo dall’antropocentrismo e dall’umanismo.

Una volta che si sia ammesso che l’intera civiltà della domesticazione (della Terra e del vivente, uomo compreso ovviamente) è una civiltà oppressiva, basata sullo sfruttamento e sull’antropocentrismo, bisogna spingersi a cogliere in che direzione ci conduce la decostruzione dell’antropocentrismo. L’antropocentrismo misconosce e occulta la negatività, la sottrazione che ci costituisce, il gesto attraverso il quale ci separiamo dal resto della natura. Ecco allora che una delle direzioni di ricerca non dovrebbe tanto andare in direzione di un inutile rovesciamento dell’antropocentrismo, quanto cogliere le operazioni della macchina antropologica che costruisce l’umano come negazione dell’animale, istituendone la centralità nel mondo. Detto altrimenti, serve una nuova ontologia materialista per ripensare la nostra relazione con il mondo e con la vita. Occorre mettere “l’umano” (che ora siamo) tra parentesi, consapevoli della necessità di liberare le nostre menti da un pensiero ingabbiato e omologante e i nostri sensi da una percezione precodificata, per iniziare a guardare il mondo e gli altri animali attraverso prospettive molteplici e inesplorate e, finalmente, riuscire a raccogliere ed accogliere le infinite somiglianze, differenze e possibilità che attraversano, intrecciandosi e moltiplicandosi, le nostre singolari esistenze animali. Questa direzione è anche quella di un antiumanismo che non è barbarie, ma apertura a una diversa convivenza tra umani e non umani.

3) Una terza tesi è che l’antispecismo è necessariamente un movimento antisistemico e anticapitalistico.

È vero che la trasformazione dell’animale in cosa e in proprietà ha avuto luogo ben prima dello sviluppo capitalistico, in tempi in cui la questione economica non era distinguibile da questioni simboliche e religiose, ma è anche vero che solo a partire dallo sviluppo capitalistico della seconda metà del XIX secolo i processi di reificazione hanno esteso la loro influenza su ogni forma di vita. Si potrebbe sostenere che due aspetti del capitalismo sono particolarmente rilevanti per il nostro tema: la quantificazione (il profitto) e la trasformazione del vivo in morto ai fini del dominio (reificazione).

Il movimento per la liberazione animale non si può estraniare, dunque, dal movimento di liberazione dell’uomo ma, al contrario, deve accomunare umani e altri animali riconoscendoli come soggetti alle stesse logiche di sfruttamento e di dominio. Una volta rimossi gli ostacoli specisti è pensabile una riunificazione degli infiniti rivoli del dissenso allo stato di cose presente in un movimento di liberazione del vivente dalle strutture gerarchiche e oppressive.

L’antispecismo, dunque, si candida a influenzare non soltanto il sentire dell’uomo in una prospettiva di com-passione universale ma, nel fare questo, ambisce anche a trasformare radicalmente l’ontologia su cui da sempre abbiamo fondato la nostra prassi. Possiamo immaginare quale effetto devastante e, al tempo stesso, creativo deriverebbe dall’abbandono della mal fondata centralità dell’umano in tutti i campi della conoscenza umana. E quali vantaggi potrebbero da esso derivare. Alcuni esempi? La scienza economica sta avvitandosi in insuperabili difficoltà anche, e soprattutto, a causa dell’ostinazione con la quale ha preteso di separarsi dalla natura trasformata in una risorsa da gestire a proprio uso e consumo. Essa rifiuta l’innegabile, ossia la qualità essenzialmente corporea dell’umano con tutte le conseguenze che ne discendono. Cosa significherebbe l’assunzione della prospettiva antispecista in economia? Il Diritto, poi, non dovrebbe essere completamente rifondato sulla base di considerazioni che tengano conto di alterità inviolabili nella loro corporeità? Non per “integrarle” nella rigidità dei codici, naturalmente, ma per ridimensionare o – se si preferisce – ridefinire lo “spazio umano” fisico, culturale e tecnologico nella relazione dinamica con altri viventi. Lo stesso “senso comune” verrebbe plasmato in senso rivoluzionario. Basti pensare cosa potrebbe significare abbandonare l’ossessione identitaria e abbattere quei confini che, una volta tracciati (indipendentemente dal come e dal dove), si trasformano in discriminazione. Non più “noi” in opposizione a “loro”, ma una profonda capacità di convivere tra diversi, oltre i falsi confini di “etnia”, “genere” e “specie” che comprimono la potenza multiforme della vita.

E cosa succederebbe allo stesso movimento antispecista se, invece di cercare di ridefinire meglio le linee di confine, provasse a pensare da un luogo dove umani e animali non possono più essere distinti? Se davvero si muovesse in direzione non antropocentrica, facendo propria la visione dell’altro e tralasciando come inutili e controproducenti argomenti che all’uomo continuano a riferirsi? Se smettesse di ripetere che la vivisezione è inutile o dannosa per l’uomo e sostenesse con forza che è semplicemente una delle tante manifestazioni del dominio sulla natura che va superato indipendentemente dai vantaggi che può o meno offrirci? Se propugnasse il veganismo non come stile di vita con valenza salutista ma come primo passo verso la liberazione dove il mondo della carne tornerebbe ad essere carne del mondo? Se pensasse al veganismo come messianesimo laico che prende congedo da una storia millenaria di sopraffazione? Se smettesse di espandere cerchi per accettare invece l’infinito cerchio senza centro e senza confini nel quale conviviamo e moriamo insieme agli altri animali? La risposta a queste domande non è rintracciabile in questa relazione né, forse, in quelle che seguiranno. La risposta ce la daranno i senza nome, in un futuro che nessuno può ancora immaginare, una volta che li avremo avvicinati con garbo e ponendo loro le domande giuste.

Oltre la specie dicembre 2011

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